Pubblicato il: 20/10/2017

In laboratorio sulle distrofie muscolari - Foto di Angelo Negri, 2017

La prestigiosa rivista Nature Communications pubblica una ricerca dell'Università Statale di Milano, che apre a un approccio completamente alternativo nello studio - e anche nell'approccio terapeutico - delle distrofie muscolari, gravi patologie che compromettono la mobilità dei pazienti e, nei casi più severi, le funzioni respiratorie e cardiache, per arrivare a morte prematura.

Lo studio - guidato da Graziella Messina, docente di Istologia al dipartimento di Bioscienze - si inserisce tra i risultati del progetto RegeneratioNfix, finanziato con un ERC Starting Grant nel 2011, proprio per l'innovatività dell'approccio allo studio delle distrofie muscolari.

Al banco di laboratorio - Foto di Angelo Negri, 2017

Le distrofie muscolari sono caratterizzate da degenerazione cronica e atrofia primaria del muscolo scheletrico, tessuto capace di rigenerarsi in seguito a danno acuto o cronico, grazie a una popolazione di cellule staminali adulte, chiamate Cellule Satelliti.

Nel caso delle distrofie muscolari, però, le Cellule Satellite portano con sé lo stesso difetto genetico, producendo quindi fibre muscolari che sono a loro volta soggette a degenerarsi e a esaurirsi per essere sostituite da tessuto connettivo e adiposo.

"La comunità scientifica - afferma la professoressa Messina - ha per anni lavorato per aumentare la rigenerazione del muscolo, non comprendendo alla fine che il muscolo distrofico è un tessuto strutturalmente fragile e che forzarlo a rigenerare e a lavorare di più potesse portare, paradossalmente, a una esacerbazione del fenotipo”.

Da qui, quindi, l'idea del team di ricerca - premiata dall'ERC con un milione e mezzo di euro per cinque anni e dimostrata nello studio pubblicato su Nature Communications - di non aumentare ma di rallentare la rigenerazione muscolare, recuperando alcuni studi, rimasti a lungo dimenticati, che avevano già evidenziato come le fibre muscolari che si contraggono lentamente (fibre lente) fossero quelle che degeneravano più tardi nei pazienti.

Come fare, quindi a rallentare la rigenerazione del muscolo scheletrico? Utilizzando Nfix - Nuclear Factor One, una proteina su cui da anni il gruppo della professoressa Messina lavora e che, quando assente nel muscolo scheletrico, rallenta la rigenerazione e converte tutte le fibre muscolari a fibre a contrazione lenta.

Lavorando con modelli murini distrofici e incrociandoli con il topo privo di Nfix – ribattezzato dal gruppo di ricerca "topo maratoneta" - è stato dimostrato che in assenza di questa proteina il muscolo distrofico è preservato dai diversi segni della patologia, con un miglioramento dei parametri morfologici, una riduzione della fibrosi e dell'infiammazione, fino al recupero della funzionalità muscolare.

Il team di ricerca guidato da Graziella Messina - Foto di Angelo Negri, 2017

"Questi risultati - conclude Graziella Messina - hanno introdotto da un lato un nuovo proof of principle nella comunità scientifica, mentre dall'altro hanno consentito di proporre una nuova via farmacologica che interferisca, inibendola, sull'espressione di Nfix".

Il progetto di ricerca ha coinvolto finora circa 15 persone - studenti in tesi, dottorandi, assegnisti e giovani ricercatori - due pubblicazioni su Cell Reports e un articolo sul sito di CORDIS (Community Research and Development Information Service) della Commissione Europea, oltre a importanti collaborazioni con enti e organizzazioni come l'AFM-Telethon e il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca.

Per informazioni
Università degli Studi di Milano
Dipartimento di Bioscienze
Prof.ssa Graziella Messina
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