Uniti per i pazienti: Università Statale di Milano e IEO insieme per il medico di domaniDa Milano parte l’appello per un radicale mutamento di prospettiva nella relazione medico-paziente


Milano, 24 novembre 2014 - La medicina non deve considerare il paziente come una macchina da riparare, perché la malattia non è solo un “guasto” fisico ma è un’esperienza mentale che spesso varca i confini dell’individuo stesso per raggiungere genitori, figli, persone care, oltre che il medico naturalmente. Ogni paziente, ogni familiare, ogni medico, sono prima di tutto Persone con le loro convinzioni, i loro valori, i desideri, le paure e le ansie.
E’ questo il tema che Università dagli studi di Milano e IEO hanno scelto per celebrare insieme i loro anniversari:  90 anni per la Statale, una delle prime Università in Europa per la formazione e la ricerca in campo medico, e 20 anni per Istituto Europeo di Oncologia, riferimento di eccellenza per la ricerca e cura sui tumori, fondato da Umberto Veronesi nel 1994.
Il messaggio uscito da questa giornata richiama la necessità che una nuova visione del rapporto medico-paziente si affermi, anche nella pratica, coinvolgendo in un radicale mutamento di prospettiva le molteplici discipline sanitarie coinvolte nella cura del paziente, a partire dalla formazione universitaria e clinica dei futuri medici. Una visione che superi la esclusiva centralità della dimensione fisica della malattia per arrivare ad incidere più direttamente sulla sfera emotiva, mentale e spirituale dell’individuo.
Del processo di potenziamento delle risorse psico-sociali del paziente nella gestione della malattia e del percorso di cura si occupano da anni i ricercatori del Centro Interdipartimentale di Ricerca e Intervento sui Processi Decisionali della Statale  (IRIDe), guidato da Gabriella Pravettoni, docente di Psicologia cognitiva alla Statale, direttore dell’Unità di Psiconcologia di IEO e promotrice della giornata.
 “E’ necessario prendere atto della transizione dall’ormai superato schema paternalistico – centrato sulla figura del medico “decisore” – al modello condiviso e informato, che implica il coinvolgimento attivo del paziente in ogni passo del percorso di cura – commenta Gabriella Pravettoni. E’ un processo che deve svolgersi tenendo in considerazione l’importanza della personalizzazione, ovvero la necessità di operare sul singolo individuo mettendo in primo piano il suo livello socio-culturale, la sua rete sociale, le sue necessità, i suoi valori, le sue aspettative. E’ un modello che stiamo sperimentando con ottimi risultati in IEO, nato in Statale da un impegno di ricerca e studio grazie al quale i ricercatori del Centro IRIDe hanno già vinto tre progetti internazionali sviluppati con la collaborazione multidisciplinare di centri di eccellenza europei.”
Perché questo radicale cambiamento di prospettiva si compia, un ruolo fondamentale deve giocarlo la formazione, dei futuri medici ma anche degli altri profili delle professioni sanitarie: per questo la giornata ha avuto il suo momento più significativo nella presentazione di in un vero e proprio “Patto” siglato tra il Rettore della Statale Gianluca Vago e un Paziente.
Con questo patto, pensato con e per i pazienti, - ha detto Vago - la nostra Università si impegna a porre le persone malate, nella loro interezza e autonomia, al centro dei programmi di formazione di tutti gli operatori sanitari. La capacità di ascolto, di relazione con il paziente, nella sua dimensione esistenziale, emotiva, sociale, oltre che negli indispensabili aspetti diagnostici, prognostici e di trattamento, non può più essere affidata solo alla disponibilità di alcuni, molti, operatori della sanità, ma deve farsi competenza del profilo professionale di chi, a diverso livello, partecipa al processo di cura. Garantire ai pazienti e ai loro familiari serietà e correttezza di informazione e consapevolezza significa tutelare il loro spirito critico, rinsaldare la loro autonomia di giudizio e di scelta sul propria salute, sulla propria vita. Perché la straordinaria innovazione tecnologica, le necessità organizzative e del miglior uso delle risorse, le possibilità offerte dai nuovi mezzi di trasmissione delle informazioni si traducano in una percezione fiduciaria, non reciprocamente difensiva, del ruolo della medicina, occorre riscoprire il nucleo profondo dell’agire medico, che molti anni fa un pioniere dell’oncologia aveva descritto così: “non si può combattere il cancro se non si combatte con e per il paziente.
Umberto Veronesi ha commentato così il significato di questo cambio di prospettiva: “La frenetica attività di ricerca e innovazione ha fatto trascurare il destinatario ultimo dei nostri sforzi: la persona ammalata. Dico persona e non paziente perché dobbiamo entrare in una fase nuova: la medicina della “persona”. Il medico del futuro dovrà conoscere quanto più possibile  di chi gli sta di fronte; non solo le connotazioni della sua malattia, ma la percezione, l’elaborazione mentale e la memorizzazione della malattia stessa. Questo significa saper ascoltare la narrazione sia degli eventi che l’hanno condotta davanti a noi, sia degli elementi più profondi della sua personalità: sentimenti, emozioni, aspettative, frustrazioni e concezione esistenziale".

 

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Inserita il 15-12-2014